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CATERINA PLODARI
La tradizione della pittura, specie la tradizione italiana, fin dal tardo ellenismo ha fatto i conti con la rappresentazione della realtà, quella realtà a volte banale a volte decisamente affascinante che ci circonda e che ognuno di noi dovrebbe essere in grado di percepire. Eppure la realta si presenta diversa a chi la guarda con occhi diversi, in chi cerca in lei non solo le informazioni del vivere quotidiano ma chi invece la trasfigura, vuoi in immagini simboliche e a volte moraleggianti, come era nel periodo della pittura che chiamiamo “barocca”, vuoi in rapporti di colore e luce come è avvenuto nella pittura del secondo ottocento francese, quella che comunemente chiamiamo “impressionista”.

La Lombardia poi è stata per secoli, a partire dal tardo Rinascimento, terra di appartenenza di pittori votati interamente alla natura, e in specie alla natura morta, tra i quali il più grande interprete è stato Caravaggio, milanese di nascita, ma giù giù fino alla fine dell‘Ottocento e ancora addentrandoci nel Novecento il gusto degli artisti e la loro tecnica sono cimentati nell‘impresa di ricostruire con i pennelli il mondo naturale che li aveva interessati e affascinati. In questo solco tracciato da così lontano si incontra oggi anche la pittura di Caterina Plodari. La sua ricerca espressiva è partita da lontano e progressivamente ha raggiunto una maturità stilistica che ora possiamo ammirare nella capacità di fondere, forse inconsapevolmente, tutte le istanze che hanno costituito nel tempo la pittura di natura.
Fiori e frutta, paesaggi e composizioni ci sono presentati nella loro verità fattuale ma trasfigurati e, per quanto veritieri essi denunciano immediatamente nel tratto sfaldato, nella sovrapposizione delle linee di contorno, insomma in quel non stare ai patti della tecnica di rappresentazione mimetica della realtà che tanto era cara ai pittori dell‘accademia, dal Seicento alla fine dell‘Ottocento, la loro esistenza autonoma. Sembrerebbe di poter dire che Caterina Plodari è partita da quella pittura di ricerca e di impressione luministica e di atmosfere tipiche della seconda metà dell‘Ottocento. La sua pittura ci racconta la bellezza delle composizioni floreali e della natura morta e la suggestione di paesaggi evocati senza che necessariamente si debba andare con la mente a richiamare il dove e il quando queste visioni sono esistite davvero.

L‘arte infatti le ha reinventate e dotate di una nuova esistenza che è quella appunto del dipinto. Le caratteristiche precipue di queste opere sono la consistenza materica dell‘impasto cromatico la stesura a tratti, veloci e sovrapposti, che a volte si costituiscono in una superficie solida e sensibile e altre volte lasciano intravedere la tela di supporto e cancellano la reale delimitazione dei soggetti lasciando che ognuno sfumi e si fonda con l‘altro suo vicino, e la raffinata scelta di dominanti cromatiche che permeano i vari soggetti e ne suggeriscono la lettura formale ma anche quella emozionale. Una pittura che non ha paura di essere tale in una tradizione innovata ma anche una pittura di emozione formale ecco come riassumerei in poche parole ciò che potrà vedere il pubblico di questa mostra.

Bruno Fasola


Valter Fraccaro
Mostra: i dipinti nascosti degli Arazzi di Aubusson
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